Usciamo |#6.0

Una grigia mattinata di novembre. La pioggia batte insistente contro i finestrini del treno che, da Rimini, mi sta portando a Forlì. Le vibrazioni del treno sono talmente ipnotiche che, anche con una moka di caffè formato famiglia in corpo, è quasi impossibile, per le palpebre, mantenere gli occhi aperti. Una volta tanto, la carrozza non emana strani odori e non ospita gente rumorosa. Perfino la bambina dai capelli ricci e con la gonnellina rossa seduta, insieme con la mamma,  nella fila accanto alla mia non fa i capricci o non grida di eccitazione.

Pura pace.

Certo, fuori dal treno il mondo sta andando a rotoli. A ricordarmelo, la prima pagina di un quotidiano lasciato sul sedile di fronte al mio da un viaggiatore sceso chissà dove: le più grandi potenze mondiali sono sul piede di guerra e sono pronte a sferrare duri attacchi contro i loro nemici. Nemici che, a loro volta, non vedono l’ora di colpire dritti al cuore qualsiasi nazione loro avversaria.

Nel torpore che caratterizza qualsiasi pendolare in treno a qualsiasi ora del giorno, mi accorgo che la mia destinazione, Forlì, è ormai vicina; tuttavia, esito ancora qualche secondo prima di alzarmi e prepararmi alla discesa: il caldo abbraccio del sedile, per quanto sporco, è la cosa più invitante al mondo.  Mentre cerco di vincere la mia lotta contro la pigrizia, un annuncio ad altissimo volume irrompe in tutta la carrozza:

“Attenzione! Polizia ferroviaria subito nella carrozza numero 4. Ripeto. Polizia ferroviaria subito nella carrozza numero 4!”

La pace si infrange. La bimba si volta verso la mamma con sguardo interrogativo. La mamma, occhi sgranati, mi guarda con aria terrorizzata. Iniziano a diffondersi i primi brusii tra gli altri ospiti della carrozza. La tensione e la preoccupazione sono palpabili. In situazioni normali, chiunque penserebbe subito a un qualche delinquente che si è rifiutato di mostrare il biglietto o che sta discutendo con il capotreno.

In situazioni normali.

Giurerei che a chiunque, sul treno, dopo questo annuncio sono apparse vivide nella mente le immagini di quella tragica notte di terrore di Parigi.

Faremo anche noi la stessa fine? E io che mi preoccupavo di dover sopportare due ore di lezione di letteratura russa…

Dopo i primi momenti di bisbiglio generale, la carrozza ripiomba nel silenzio più pesante: stiamo tutti cercando di carpire il più piccolo rumore proveniente dalla fantomatica carrozza 4. Ognuno aspetta di sentire i primi spari o di vedere qualche pazzoide con una maschera nera sul viso e una mitragliatrice in mano.
I secondi passano lenti e, come se si spalancassero improvvisamente le porte del paradiso, un altro annuncio irrompe nella carrozza:
“Siamo in arrivo a Forlì”
Non mi sembra vero. Quasi mi precipito di corsa verso la porta per essere il primo a scendere e ad allontanarmi da questo maledetto treno alla velocità della luce. Riconosco la fisionomia della stazione. Il treno piano piano rallenta. Siamo fermi. Le porte si aprono. Esco. Sono salvo (?).
Mi faccio strada con tutta la fretta che ho in corpo per mettere la massima distanza tra me e il treno. Non mi preoccupo neanche di guardare cosa sia successo in quella maledetta carrozza.
Arrivo trafelato in facoltà. Mi aspetta una lezione tremenda, ma sono vivo.


Quella che avete appena letto è una piccola avventura che mi è successa qualche giorno fa. Non è stato bello. Capisco che la reazione, mia e di tutti gli altri passeggeri, sia stata un pelo esagerata.
Purtroppo, però, questa storia costituisce il nucleo fondamentale del terrorismo. Quando questa macchina infernale entra in azione, anche le piccole cose, come una borsa dimenticata da una mamma troppo indaffarata a badare i suoi tre gemelli, diventano possibili cause di stragi e morti.
Per quanto riguarda noi viaggiatori incalliti, poi, la questione è ancora più complessa. Chi di voi non ha pensato, ascoltando il telegiornale o leggendo un quotidiano: “Mamma mia, fortuna che non ho prenotato il capodanno a Parigi” “Per fortuna abito a Sant’Andrea in Casale. Almeno son tranquillo quando vado a far la spesa“.

Lo abbiamo fatto tutti, mi ci metto in mezzo anche io. Tuttavia, ragazzi miei, è proprio in questo che abbiamo sbagliato. Va bene la paura, va bene l’ansia. Ma non dobbiamo smettere di vivere. Se ci rinchiudiamo a Sant’Andrea in Casale, Casteldelci, Polignano a Mare o a Massa Lombarda, tutti asserragliati nelle nostre comode case con la paura perfino di andare a prendere il latte, non stiamo facendo la cosa giusta. Vogliono dividerci. Farci temere i nostri vicini. Farci avere paura della persona col turbante che ci si mette di fianco sul tram. Dell’impiegato freddoloso che si imbacucca sotto strati di vestiti neri.
Questo è il loro intento.
Non dobbiamo dargliela vinta. Riprendiamoci in mano il nostro mondo, un mondo che, nonostante sia pieno di orrori e tragedie, sa regalarci molte più meraviglie di quanto crediamo.
Usciamo. Viaggiamo. Viviamo. Amiamo. E amiamoci. Tutti.
Alla prossima!
T

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