Letterature | #21.0

La letteratura e i libri mi accompagnano fin da quando sono piccolo.
Ho imparato a leggere prima di iniziare le elementari sulle pagine di una versione cartacea di Peter Pan della Disney.
Sono passati gli anni, sono passati i libri e, con le superiori, sono entrato in contatto con la letteratura, quella vera, quella alta, e me ne sono perdutamente innamorato.
All’università ho scoperto che anche io, nel mio piccolo e con tanta determinazione, avrei potuto far parte del mondo della letteratura, come traduttore.
Un anno fa, aprendo questo blog, ho scavalcato il confine che separa traduzione e scrittura e ho iniziato a mettere nero su bianco i miei pensieri e le mie emozioni.
In quest’ultimo periodo, infine, mi sono gettato a capofitto nella scrittura della mia tesi di laurea, che riguarda la letteratura per l’infanzia e la traduzione degli albi illustrati.

Tutto sommato, direi che, in 20 anni, la mia relazione con la lettura, i libri e, soprattutto, la letteratura, è stata indissolubile.

Qualche giorno fa, quando il mondo si è diviso in due in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, mi è venuto da chiedermi che cosa fosse, per me, la letteratura.
Sono quelle domande che non ti fai mai, quelle che dai per scontate per via della loro banalità. Spesso, però, è sempre meglio fare luce dietro le cose banali per diventare più consapevoli e per crescere.
Mi sono risposto così.

La letteratura è, prima di tutto, usare la parola. In milioni di modi diversi, ma usarla.
Ci si può giocare, creando lingue nuove che ci trasportano in mondi lontani abitati da creature immaginarie. Oppure, costruendo nuovi vocaboli, mettendo insieme morfemi e sillabe.
Di parole, poi, si può essere parchi o generosi. Si possono scrivere periodi lunghissimi, arricchiti da avverbi, subordinate e descrizioni infinite. Oppure, limitarsi a comunicare le informazioni essenziali in piccole frasi scandite da una successione di punti fermi.

L’importante, però, è essere consapevoli della forza di questo strumento. Perché la forza della parola è seconda solo a quella dell’amore. E, come l’amore, poche cose sono belle come le parole.

La forza delle parole, in letteratura, viene usata per fare del bello. Perché è questo il vero fine della letteratura. Il bello.
Tutti noi abbiamo delle frasi indelebili che ci portiamo dentro. Ciascuna di esse non è altro che espressione della bellezza creata dalla letteratura. Una bellezza che, come sempre accade, vince la sua battaglia contro la tirannia del tempo e diventa eterna. Se ciò non fosse vero, non saremmo ancora qui a parlare di Dante, Shakespeare o Virgilio.

Ma quand’è che questa bellezza è autentica e non effimera? Quando ci troviamo di fronte a un testo destinato a rimanere vivo per sempre?
Quando è bello anche dentro. Messaggio, emozioni, storia. Le parole devono combinarsi in un’armonia che non tutti riescono a far suonare nel modo giusto.
Solo allora, sarà letteratura.

Certo, a questo punto sembrerebbe che musica e letteratura siano quasi la stessa cosa.
Tuttavia, tra le due c’è una differenza sostanziale. Una differenza che crea una distanza abissale.

La letteratura si fa in silenzio. La musica, per definizione, no.
La letteratura è muta, agisce nell’ombra, agisce dall’interno.
La musica canta, agita le folle, si esprime con tutta la sua voce e la sua forza.
La letteratura è sempre messa in secondo piano, eclissata da forme più immediate di arte.
I suoi messaggi vanno compresi con lentezza. Vanno assaporati nella quiete.
La musica è veloce, frenetica, rapida. I suoi messaggi ti attraversano come una scarica di corrente elettrica, alla velocità della luce.
I volti degli scrittori sono spesso sconosciuti.
Dei musicisti sappiamo tutto.

Trasmettere il messaggio della letteratura, i suoi valori e il suo carattere intrinseco, è importante, specialmente in un mondo che vive nella frenesia e nella velocità.

Per questo non è stato bello oscurare, per l’ennesima volta, la letteratura e, soprattutto, chi la fa.

Tomas

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